controcorrente

… sarà bene che la cittadinanza inquadri con molta attenzione ogni singola verifica elettorale, sia nazionale sia locale e quindi regionale. L’evento del voto è un fatto qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare. In esso si trasferiscono non poche delle preoccupazioni cui si è fatto riferimento, giacché il voto avviene sulla base dei programmi sempre più chiaramente dichiarati e assunti dinanzi all’opinione pubblica, e rispetto ai quali la stessa opinione pubblica si è abituata ad esercitare un discrimine sempre meno ingenuo, sottratto agli schematismi ideologici e massmediatici.

C’è una linea ormai consolidata che sinteticamente si articola su una piattaforma di contenuti che, insieme a Benedetto XVI, chiamiamo «valori non negoziabili», e che emergono alla luce del Vangelo, ma anche per l’evidenza della ragione e del senso comune. Essi sono:

  • la dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento;
  • l’indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale;
  • la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica;
  • la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna. È solo su questo fondamento che si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa;
  • la libertà di impresa finalizzata al bene comune;
  • l’accoglienza verso gli immigrati, rispettosa delle leggi e volta a favorire l’integrazione;
  • il rispetto del creato;
  • la libertà dalla malavita, in particolare quella organizzata.

Si tratta di un complesso indivisibile di beni, dislocati sulla frontiera della vita e della solidarietà, che costituisce l’orizzonte stabile del giudizio e dell’impegno nella società. Quale solidarietà sociale infatti, se si rifiuta o si sopprime la vita, specialmente la più debole?

… vorrei infine pensare queste parole rivolte a quanti concretamente operano sulla scena politica….

noi Vescovi ci sentiamo di dover chiedere a tutti, con umiltà, di uscire dagli incatenamenti prodotti dall’egoismo e dalla ricerca esasperata del tornaconto e innalzarsi sul piano della politica vera. Questa è liberazione dalle ristrettezze mentali, dai comportamenti iniqui, dalle contiguità affaristiche per riconoscere al prossimo tutto ciò di cui egli ha diritto, e innanzitutto la sua dignità di cittadino.

Bisogna che, al di fuori delle vischiosità già intraviste e della morbosità per un certo accaparramento personale, si recuperi il senso di quello che è pubblico, che vuol dire di tutti e di cui nessuno deve approfittare mancando così alla giustizia e causando grave scandalo dei cittadini comuni, di chi vive del proprio stipendio o della propria pensione ed è abituato a farseli bastare, stagione dopo stagione. C’è un impegno che, a questo punto, non può non riguardare proporzionatamente tutti, politici e cittadini, e che ciascuno nel proprio ambito è chiamato ad onorare: mettere fine cioè a quella falsa indulgenza secondo la quale, poiché tutti sembrano rubare, ciascuno si ritiene autorizzato a sua volta a farlo senza più scrupoli. Anzitutto non è vero che tutti rubano, ma se per assurdo ciò accadesse, cosa che non è, non si attenuerebbe in nulla l’imperativo dell’onestà.

«Si dice – annota il Papa – “ha mentito, è umano”; “ha rubato, è umano”; ma questo non è il vero essere umano. Umano è essere generoso, è essere buono, è essere uomo della giustizia […]» (Lectio Divina con i Parroci cit.). Non cerchiamo alibi preventivi né coperture impossibili: sottrarre qualcosa a ciò che fa parte della cosa pubblica non è rubare di meno; semmai, se fosse possibile, sarebbe un rubare di più. A qualunque livello si operi e in qualunque ambiente.

Per i credenti poi, questo obbligo assurge alla dignità di comando del Signore, dunque non si può venir meno.

Concludo ricordando un laico cattolico, Vittorio Bachelet, che giusto trent’anni or sono – il 12 febbraio 1980 – veniva proditoriamente ma anche illusoriamente ucciso sulla gradinata della sua Università. Egli diceva: «In questa fase di passaggio, in questa svolta della civiltà alla quale ha voluto rispondere il Concilio Vaticano II nel cui solco fecondo noi abbiamo lavorato e ci impegniamo a lavorare, occorre soprattutto una forza spirituale che testimoni nella povertà dei mezzi umani la sua fedeltà a Cristo, in una carità aperta e libera verso tutti i fratelli facendosi trasparente al Suo volto. Però questo – aggiungeva – non si fa senza dare la propria vita: come ha fatto Padre Massimiliano Kolbe nel campo di concentramento, ma come ciascuno di noi può e deve fare ogni giorno perché un fratello, perché i f ratelli abbiano un poco più di vita » (Vittorio Bachelet, Discorsi 1964-1973, a cura di Mario Casella, Ave 1980, pag. 259).

Card. Angelo Bagnasco, Prolusione al Consiglio Permanente della CEI, 22 marzo 2010

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