‘La Confessione di un curato’. Prima assoluta

Nell’ambito delle iniziative culturali avviate dalla Diocesi di Teano-Calvi, domenica prossima, 21 marzo 2010, alle ore 19.30, sarà presentato nell’Auditorium diocesano a Teano “Confessione di un curato”“, riduzione teatrale del romanzo “Diario di un curato di campagna”, di George Bernanos, scritto nel 1936.

Attori della rappresentazione teatrale sono Claudio di Palma e Angelo Maiello. Le musiche, originali, sono eseguite da Giovanni Panozzo. La direzione organizzativa è di Marco Bevilaqua ed Olga Improta.

Abbiamo l’opportunità di vedere la prima nazionale proprio nella nostra Diocesi.

Il nostro Vescovo a proposito di “Diario di un curato di campagna” ha detto: “è un romanzo di maturità, di introspezione, una sorta di confluenza di tanti temi trattati (sensazioni, introspezioni, eventi, storie, drammi) che un piccolo e giovane curato di campagna, nell’immaginazione di Bernanos, vive e comunica attraverso la forma del diario che appartiene alla letteratura mondiale“.

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One Response to “‘La Confessione di un curato’. Prima assoluta”

  1. Maria Tierno ha detto:

    “La storia interiore di un debolissimo prete di un piccolo paese di provincia vive in un momento storico prossimo, remoto, attuale. Muore di cancro, in casa di un vecchio compagno di seminario che si è spretato, in una città non sua, da solo, senza i conforti religiosi. E’ nell’età di mezzo, in quella età della ragione che rende o dovrebbe rendere gli uomini, né troppo ingenuamente giovani, né disperatamente vecchi. Un prete mediocre, insicuro, incapace, apparentemente, di dare una svolta radicale alle sue insoddisfazioni e alle sue scelte. Tutto nella sua vita parla di noia, di assenza di vitalità, di morte, di incomunicabilità, di disperazione, di solitudine (l’inferno è non amare più).
    Eppure questa vicenda si chiude con una considerazione straordinaria: TUTTO E’ GRAZIA. Ci troviamo dinanzi ad uno dei più originali tentativi di trasformare in narrazione il cuore della spiritualità cristiana: sullo sfondo di questa vicenda si odono le risonanze di grandi mistici (il Santo Curato d’Ars, S. Teresa), la loro folle affascinante fede d’eternità e di resurrezione che si incarna nella continua esperienza della mediocrità di una vita insignificante agli occhi di spettatori distratti". (Angelo Maiello)

    "Lo spazio scenico è un ambulacro del ricordo, un luogo interiore in cui si celebrano le liturgie di un dolore salvifico. E’ asilo ordinato e surreale di una vita in scadenza: quella di un prete, malato, che nell’esaurimento della memoria dei fatti, continuamente archiviati sul nastro di un vecchio registratore, cerca probabilmente di dimenticarsi per predisporsi naturalmente (involontariamente) all’accoglimento della “grazia”. Le sue azioni si sospendono nei piccoli gesti di un minimalismo quotidiano che contrappunta la spiritualità di parole dette o da dire. I pochi e semplici oggetti che ancora adopera evocano voci e presenze ascoltate e frequentate, evocano una sofferenza ( noia ) sentita e vissuta sul proprio corpo, letta e combattuta negli occhi dei suoi parrocchiani. Nel richiamarsi alle tematiche del “Diario di un curato di campagna” la narrazione teatrale traspone e sintetizza tutta l’articolata drammaturgia di Bernanos nel sacello intimo e dilaniato del solo curato, la cui carne diventa luogo unico di risonanza e sostanza delle parole di tutti. In scena, dunque, solo il corpo di un umile prete vittima ed artefice di un ispirato, lucido delirio; in scena, dunque, il corpo solo di un “poveruomo” la cui memoria ed il cui sfinimento più volte annunciano o manifestano presagi di grazia". (Claudio di Palma)