Dopo secoli, millenni, in cui l’educazione, fondata sull’autorità e sulla famiglia, è stata ritenuta un compito largamente condiviso, oggi non pochi denunciano la dissoluzione di questo automatismo con tutti i rischi che ne possono derivare per la formazione delle giovani generazioni.
Eppure questa condizione di crisi profonda, che coinvolge le agenzie educative a tutti i livelli, può divenire una risorsa, se c’è la volontà di affrontare il problema come una opportunità, come una sfida.
Innanzitutto sperimentando “una pratica educativa fondata sulla consapevolezza e la responsabilità, capace di promuovere nelle giovani generazioni una stimolante ricerca di se stessi”.
E’ fondamentale, infatti, riempire quegli spazi che la società – con il suo “senso della deriva” (Arnold Toynbee) – ha lasciato vuoti, abdicando ai suoi compiti educativi nella convinzione, ideologica, che “tutto sia possibile indifferentemente”; aprendosi ad una realtà liquida “dove qualsiasi idea o stile di vita sembra avere lo stesso valore, dove il potere dell’apparato tecnico-economico sembra volersi emancipare da ogni istanza umana, dove i desideri sembrano diventare diritti e l’estetica sembra prendere il posto dell’etica”. Recuperando “una tradizione ritenuta degna di essere tramandata, per la quale, essendo considerata appunto un bene, è giusto esigere rigore, fatica, disciplina e fiducia nel futuro, … un modello di uomo, di esperienza umana, che sappiano costituire un fine per cui vale la pena impegnarsi”.
Il mix paradossale di funzionalismo e pensiero debole, versato a piene mani, negli ultimi anni, da tanta cultura contemporanea, un pensiero “dove tutto è gratuito e tutto sembra sottostare alla più rigida necessità, si sta – infatti – a sua volta sgretolando rilanciando l’urgenza di una nuova riflessione sui presupposti antropologici di ogni organizzazione sociale; quindi sull’uomo e sulla dignità.
Il trionfo della differenza, esaltata come pretesto per affermare a qualsiasi livello il diritto di fare ciò che ci piace, di fatto sta ormai capovolgendosi in un suo indebolimento” dimostrando, in modo paradossale, che “se tutto è ugualmente possibile, allora anche la differenza diventa indifferente”.
(Per le citazioni: La Sfida Educativa, Ed. Laterza, 2009, pag. XIV-XV)
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